Sono le 5 del mattino di sabato 18 ottobre 2014 e io sono carica come una sveglia.
Sono in piedi dalle 3, non ho dormito un accidente, ma mi sento pronta.
UTLO, Ultra Trail del Lago d’Orta! Non mi sembra vero. E’ una pazzia. Eppure sono davvero qui.
E si parte.
Carichi, sorridenti, fulminatissimi. Con le nostre frontali pronte, perché il sole non sorgerà prima di un paio d’ore. Ci guardo mentre ci lanciamo sotto il gonfiabile: molti sono forti, alcuni incoscienti, tutti coraggiosi e tenaci, pieni della voglia di riuscire e del timore di non farcela. Non posso fare a meno di pensare che siamo bellissimi.
L’altimetria è stampata, indispensabile e impietosa, sul pettorale. La consumerò, lungo il percorso. Ma quando parti e hai davanti 87 km da fare, nulla sembra veramente reale. Non puoi metterti lì e pensare veramente che devi farne 87, e che devi salire 6000 metri di dislivello.
Però lo fai.
La prima grande salita porta al Monte Mazzuccone. Ci arrivo che l’alba sta annegando il lago, là sotto, se appena mi giro a guardare indietro. E non oso ancora spegnere la frontale, ma mi godo questa luce immensa che sale piano e colora, e scendo all’Alpe Camasca, primo ristoro: 13,5 km. Ho imparato tante cose nel mio primo anno di trail, tra cui mangiare tutto senza vergogna ai ristori. Così, poco dopo le sette di mattina, faccio colazione con arance, uvetta, tè caldo e minestra. Nessuna vergogna: avanti così.
Riparto che sto da dio, scendo bene per quasi 700m, si risale: ristoro al 19° km, un respiro prima della seconda Grande Salita, quella al Monte Croce. Il sentiero si arrampica tortuoso lungo il fianco della montagna: quasi un km verticale che ci fa snodare in un serpentone lungo la salita. Supero un ragazzo che mi ha quasi decapitata con le bacchette, e mi trovo in un gruppetto sgranato in cui si mescolano dei ragazzi tedeschi ad atleti di un Team milanese. Uno dei tedeschi si gira e urla qualcosa al suo amico, due tornanti più sotto. Il Milanese Alfa chiede: “cos’è che ha detto, questo??” E io: “Non ne ho idea, ma se sta offrendo della droga ci sto!!” Si girano tutti a guardarmi allibiti. Certa gente sotto sforzo perde totalmente il senso dell’umorismo.
Monte Croce! Ho quasi timore di pensarlo, ma sto ancora bene. Non ho crisi e mi lancio giù verso il prossimo ristoro: Alpe Scanfurno, 28° km, 400 m più in basso. Ci arrivo un po’ stanca. Il ristoro è minimalista ma efficace: acqua, sali, arance, uvetta, e un sacco di crostate messe sul cofano di una jeep della protezione civile. Mi rifornisco di sali e attacco le crostate. E’ qui che riconosco un mio simile: un ragazzo, zitto e concentrato come me, mangia una fetta di crostata dietro l’altra, senza ritegno. Vedo in lui l’istinto puro dell’animale che si nutre, che se ne frega se quattro fette di crostata sono moralmente inaccettabili: è il corpo che chiede zuccheri, è la saggezza di rifornirsi quando ce n’è. Abbiamo la stessa faccia. Sorrido tra me e me, con la bocca piena. Riparto.
Mi raggiunge poco dopo, nel bosco, mentre armeggio correndo per sistemare gli occhiali da sole che ho tolto. Sento prima i suoi passi, la sua voce che chiede: “serve che ti tenga lo zaino?”. Lo ringrazio, e mi lascio superare: ma abbiamo praticamente lo stesso passo. Non lo sappiamo ancora, ma da qui al traguardo non ci separeremo più.
Ho sempre corso da sola le mie gare. Mi piace così, sono fatta così. Eppure in questa lunga gara, quanto mi sarà d’aiuto non essere sola, quanto farà la differenza correre, camminare, arrancare con Gabriele che corre, cammina, arranca con me! …Che si chiama Gabriele, ovviamente, lo scopro ben oltre la metà della gara: dopo che abbiamo già parlato a lungo, macinato insieme km, superato il ristoro di Arola. C’è un galateo diverso, nei trail.
Al ristoro di Arola, quello famigerato di metà gara, recupero il mio sacco con il cambio, consegnato alla partenza. Ma sono talmente sudata che mettere qualcosa di asciutto non cambierebbe nulla. Prendo solo i gel di scorta, mi spalmo altro burro di karitè dove la pelle è irritata, ripartiamo.
E arriva la crisi. Proprio nella salita fetente che non finisce mai, quella al Monte Briasco, che mille volte sembra scollinare e invece continua a salire. Mi sembra di non farcela. Ogni passo è di piombo, mi manca il respiro, mi sento svenire, ho la nausea. Vorrei tanto fermarmi, sedermi. Anche se so che non mi rialzerei. Ma la voce di Gabriele continua a chiamarmi, da sopra: “Alè, Francesca! Non mollare!” E io non mollo. Pensavo andasse avanti, invece in questo tratto duro mi ha aspettata, senza smettere di incoraggiarmi. Giuro a me stessa che non devo mollare, anche per questo. Si scende, e pian piano sto meglio. Quando arriviamo al ristoro di Boleto sono stanca ma determinatissima: ormai mi vedo al traguardo, anche se siamo solo al 55° km e ne mancano ancora 33. Mangio e bevo come un orco, e riparto in forze.
Poco dopo si unisce a noi Emanuele, che ha delle tremende vesciche sotto i piedi e suscita tutta la mia ammirazione per il fatto di proseguire imperterrito. Maschera smorfie di dolore a ogni passo, ma chiacchiera allegro. Io gli offro i miei cerotti per le vesciche, e do’ a Gabriele, che ha male al ginocchio, una pastiglia di antidolorifico: praticamente sono una farmacia ambulante…
La tappa successiva, Grassona, ci fa penare: è il secondo cancello orario, con chiusura massima alle 21:00. Ci arriviamo prima delle 19:00, già a frontali accese. Siamo al chiuso, al caldo, ci offrono caraffe di birra (che rifiutiamo) e la miglior pastina in brodo del mondo, che accettiamo in dosi industriali: mi sembra di essere al Grand Hotel. C’è perfino il bagno, e io ne approfitto, dopo tante soste di straforo – neanche troppo di straforo – in mezzo ai cespugli. Seduta per qualche secondo sul WC, mi rendo conto che è il primo momento dalle 3 di questa mattina in cui appoggio il fondoschiena da qualche parte. Ridacchio. Sarà anche l’ultimo: con Gabriele abbiamo elaborato la teoria secondo la quale se ci sediamo è matematico che poi non ci alziamo più.
Ripartiamo, novelli Tre Moschettieri, verso la prossima tappa, Cesara, al 76° Km. Abbiamo un piano geniale: arriviamo fino a Cesara e vediamo di non crepare. Strateghi nati. Ho un po’ freddo e mi sale il sonno. Il freddo passa alla prima salita: il sonno no. Tuttora non so come abbia potuto arrivare illesa alla tappa successiva, dato che ho letteralmente dormito in piedi mentre camminavo e correvo, per circa 10 km di sentiero sconnesso. Ricordo che avevo paura di straparlare, mentre combattevo col sonno. Quasi certamente l’ho fatto, ma i miei compagni di avventura non hanno dato troppo segno di accorgersene… Risalgono a questa fase della gara sia la mia mezza allucinazione (ho preso un tronco con i segnavia per un pupazzo di Halloween a forma di strega), sia la mia promessa di andare ad accendere un cero alla Madonna del Sasso, l’indomani, se fossi arrivata viva al traguardo.
Cesara arriva come una benedizione: ci sono meravigliosi tramezzini, farciti da un bambino del posto a cui vorrò bene per sempre, e poi brodo caldo, biscotti al burro fatti in casa, pane e marmellata… Dopo esserci rinfrancati ci concediamo perfino il lusso di un caffè nel bar della piazzetta. Puzziamo come caproni, ma non ci facciamo problemi.
Io ormai sono sveglia e la nostra unica preoccupazione è l’ultima Grande Salita, più di 550 m di dislivello in pochissimi km, fino all’Alpe Berru. Ma le Divinità ci graziano: è quasi interamente uno stradone, ripido sì, ma incredibilmente agevole rispetto ad un sentiero. Le nostre stanche membra ringraziano, e ci incoraggiamo a vicenda: la meta è vicina!!!
Scolliniamo. Non ci sembra vero: torniamo a vista del lago. E’ mezzanotte passata, ma manca poco ormai… La discesa è corribile, ma camminiamo. Gabriele sente troppo male al ginocchio, Emanuele ha le vesciche che urlano. Io decido di restare con loro: ormai si arriva insieme. Quasi in fondo alla discesa, però, Emanuele ci chiede di andare avanti: gli si sono aperte le vesciche e deve camminare molto piano. Ci costringe ad andare, promettendo di raggiungerci al traguardo. Io e Gabriele raccogliamo le forze residue e ripartiamo di corsa.
Il ristoro di Brolo è, secondo il percorso ufficiale, a 2,5 km dal traguardo. Forti di questa certezza, decidiamo di saltarlo e volare diretti all’arrivo. Mentre passiamo veloci, un volontario ci chiede: “non vi fermate?” “No no, ormai ci siamo!!” “Ma mancano ancora 5 km!” Merda. 5 Km!! Ecco cosa intendevano quando stamattina al Briefing hanno parlato di “leggere modifiche al percorso”!! 5 Km invece di 2,5 sembrano pochi: ma dopo averne fatti più di 80, ci viene quasi da piangere. Però: chissenefrega. Saltiamo lo stesso il ristoro e andiamo avanti nel bosco. Il paese si avvicina, attraversiamo la strada. Ancora una discesa di fango, scivolosissima e ripida: forza, occhi aperti, vediamo di non farci male ora…
Omegna. Ci siamo. Ci siamo. 2 km. 1 km.
E’ l’una passata della notte tra sabato 18 e domenica 19 ottobre 2014 e io sono carica come una sveglia. E: sto ancora correndo. Non riesco a smettere di chiedermi dove diavolo sto trovando la forza di correre ancora, correre, correre, siamo lungo il lago ormai, siamo tra la gente. Siamo a 100 metri dal traguardo. Ci siamo. Ci siamo!!! Lo passiamo insieme. Sorrido come una bambina, incredula. Trovo la forza di abbracciare Michal, che mi aspetta da ore, e sento Gabriele dirgli che senza di me avrebbe certamente mollato. Mi sembra incredibile: è lo stesso per me.
Mentre diamo fondo al Pasta Party arriva anche Emanuele, lo abbracciamo: ho una tale euforia addosso che non sento né sonno né dolori.
Guardo la medaglia di finisher, dice: 87 km. Ma chi è già arrivato e ha tenuto traccia con il GPS, conferma i miei sospetti: ne abbiamo fatti circa 94!
Per Zeus.
Domani ci vado davvero, ad accendere un cero alla Madonna del Sasso.

This entry was posted on sabato, ottobre 25th, 2014 at 23:18 and is filed under Articoli. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can skip to the end and leave a response. Pinging is currently not allowed.

4 commenti a “Utra Trail Lago d’Orta by La Fra

  1. Fischio on ottobre 26th, 2014 at 19:35

    Grande Fra…sempre di più!!!

  2. Enzo on ottobre 30th, 2014 at 23:53

    Ciao Fra,
    bellissimo il tuo racconto in effetti sembra di percorrerlo metro per metro…. l’unica cosa che è da limare è la lunghezza non hai corso 94, dovresti dare una pulita alla traccia eliminando le fermate dove sicuramente non hai stoppato il GPS, i km effettivi sono metro + metro meno… 88/89, comunque complimenti per la tua impresa..
    ho scritto solo perchè chi legge il commento troverà da dire agli organizzatori per la lunghezza, se mi invi la traccia la pulisco io così saprai per certo quanti km hai fatto…
    ciao

  3. max valsesia on ottobre 31st, 2014 at 16:45

    farti i complkimenti è superfluo, davvero tenace t’ assicuro che le prime ultra vanno via che è un piacere..nel senso che l’ingenuità l’incoscienza e la freschezza del noviziato ti fanno fare tanta strada..il bello comincia quando l’endovena ultrà
    prende possesso di te e ti porta a non razionare ciò che andrai ad affrontare..non perdere mai le misure e metti a fuoco i tuoi obbiettivi..non lasciarti prendere la mano ma fa tutto con criterio ed abbi rispetto sempre di tè e del tuo fisico..la strada è lunga e le emozioni non finiscono mai..ma ricordati di mettere sempre ‘il divertimento’ davanti ai problemi..le crisi le nauseee le giornate no capiteranno spesso ma il sorriso è quello che ti farà fara sempre la via più breve…
    bon courage
    max valsesia

  4. alky on novembre 3rd, 2014 at 08:54

    Bravissima per la gara e per il racconto! complimenti
    Ale

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