La nostra Francesca Costa ci racconta l’ennesima avventura:

 

Come la sintetizzo, una Prima Volta del genere?, mille emozioni, mille pensieri, l’entusiasmo e la gioia di avercela fatta, la voglia di ripartire – un sorriso enorme, ecco la sintesi.

Due anni fa ho affrontato la Rigantoca come camminata, i 40 km dal Righi a Caprile. E mentre, scendendo dal monte Antola, vedevo risalire qualcuno di questi esseri mitologici, dotati evidentemente di poteri sovrumani, che l’avevano fatta in versione Trail e corricchiavano pure al ritorno, pensavo: non ce la farò mai, un obiettivo così per me è irraggiungibile…
E ora, ci siamo davvero. E’ la famosa sera. Negli ultimi mesi ho lavorato per questo. Nell’ultima settimana ho riposato e fatto allenamenti leggeri. Nelle ultime 24 ore ho mangiato, dormito, mangiato e dormito. Negli ultimi minuti ho fatto la solita pipì scaramantica e controllato di nuovo di avere tutto il necessario nello zaino…Frazioni di tempo sempre più piccole, e adesso i giochi sono fatti.
Come tende a succedermi di fronte alle prove che costituiscono uno “scalino”, parto tranquilla: il mio demone demotivatore interiore dorme…speriamo sia morto.
La meravigliosa macchina organizzativa ci stana dalla confortevole palestra di SiSport, e un gruppo compatto di 150 alieni con strani zainetti e frontali in testa sfila per Genova fino a Piazza De Ferrari: non ho il tempo di preoccuparmi, di visualizzare la distanza e gli ostacoli: partiamo subito, tra la folla stupita. I primi km sono tutti assieme, a velocità controllata: si corre per il centro storico, si sale a Castelletto: si ride, si scherza. Non sembra nemmeno che andiamo a fare quello che stiamo per fare. Io mi accorgo che il Garmin non aggancia il segnale, ma mi dico che partirà quando arriviamo al sentiero, quando inizia davvero la Gara. Invece non va. Allora decido che va bene così: guarderò l’ora, e non avrò modo di preoccuparmi della velocità, del ritmo, del resto. Voglio solo andare. La strada è lunga. La notte è calda. Si arriva al sentiero, saluto il mio ragazzo che ha un ritmo molto più veloce del mio: “Ci vediamo a Torriglia!” E’ un buon augurio. Lo dico forte, per crederci: ci vedremo a Torriglia. Arriverò fin là.
Il fascio della frontale illumina il sentiero, trovo presto il mio passo. Mi accorgo che anche se non sono riuscita ad allenarmi proprio come avrei voluto a livello fisico, sono comunque pronta: la testa c’è, e non mollerà un istante: un vero regalo in una gara come questa, la prima volta che la si affronta. I km scorrono, si sale al Forte Diamante: nel buio non me ne accorgo finché non arrivo sulla mulattiera a tornanti, lo riconosco, sorrido: già qui… La discesa dal Diamante è tecnica, ci metto attenzione e all’inizio mi accorgo di essere un po’ legata: mi sciolgo pian piano, al buio non è facilissimo – il ristoro in fondo alla discesa mi dice che sono al 10 km: ho praticamente mangiato il roadbook a forza di rileggerlo, e i ristori sono la mia unica indicazione dei km percorsi. Tè bollente, striscione di incoraggiamento, sorrisi: siamo ancora abbastanza ravvicinati, ci sono diverse persone. Riparto, cercando di dosarmi. C’è un lungo tratto corribile e io riconosco dalle calze e dalle scarpe – l’unica parte visibile, illuminata dalla frontale – il trailer che corre davanti a me: era davanti a me anche nella salita al Diamante, e il suo passo era perfetto. Più veloce di come sarei andata se fossi stata sola, ma più lento di come mi sarebbe scappato di correre in alcuni tratti, spompandomi. Lo seguo per km, con una gratitudine immensa. Questo primo terzo di gara con lui sarà fondamentale per il resto del percorso. Non manca molto, secondo i miei calcoli, al ristoro del 18° Km, quando supero un ragazzo fermo, in evidente difficoltà. Mi fermo e scopro che ha i crampi, mi mostra una bottiglietta da mezzo litro quasi vuota: “era tutta l’acqua che avevo, ho sottovalutato l’equipaggiamento…” Gli do’ la mia bustina di sali di scorta, e cerco di incoraggiarlo: il prossimo ristoro è vicino! Lui si riprende un po’, lo sento seguirmi a distanza. Il ristoro arriva quasi subito, mangio qualcosa, mi rifornisco d’acqua, riparto. Sto meravigliosamente bene. E’ faticoso, certo, ma è bellissimo. La notte ci inghiotte e ci accompagna. Siamo soli, ognuno con la parte più vera di sé. Sono felice. So che il prossimo ristoro è al 25° km, e che in mezzo c’è una dura salita e una discesa difficile; me le ricordo dalla Rigantoca, ma di notte è tutto diverso. Mi sembra che passi prima: sapere quando c’è il ristoro, ma non avere costantemente sul Garmin la distanza percorsa, mi rende rilassata, mi toglie le ansie. Salgo e poi scendo: quasi in verticale entrambe le cose. Si attraversa l’Avosso, si risale ancora. Non mollo e arrivo al 25° fresca come una rosa o quasi: stupitissima e felice del mio stato di grazia. Ho dei sali diluiti nella camelback, ma vorrei berne ancora un po’: però in questo ristoro purtroppo non ce ne sono. Mangio qualche pezzo di banana sperando di rimediare, bevo molto, mangio ancora qualcosa, e riparto. Prossimo ristoro, 41° km. Significa 14 km senza ristori, ma soprattutto significa che alla prossima sosta avrò sfangato i due terzi di gara. Esulto tra me per la scelta logistica che psicologicamente è ottima, e vado. Si attraversano pascoli che non finiscono mai. A volte sul crinale, a volte più un basso: è lunga e il sentiero è costeggiato dal filo elettrificato per il bestiame: ridacchio pensando che sicuramente se cado ci rimango folgorata. Nel frattempo, la notte ha ceduto terreno. Prima il cielo ha iniziato a diventare appena grigio, ad est. Poi sempre più chiaro. L’alba è in assoluto il momento del giorno che preferisco: prima che il sole sorga, prima che tutto diventi rosa e oro. Quello scampolo di cielo che diventa grigio, e poi sempre più chiaro, molto prima che arrivi il sole – mette serenità e speranza. E io corro felice mentre si fa giorno. Il caldo non ha mai mollato la presa, ma adesso la temperatura sembra salire di colpo. La stanchezza aumenta un po’ e a un certo punto mi accorgo che non sto bene. La pressione è scesa. Calo di pressione mon amour: un classico. Pressione bassa, non ho i sali di riserva, devo correre e camminare cercando di non scendere sotto il livello in cui mi accascerei a terra. Sento la tachicardia, anche se regolo lo sforzo: so che se la pressione resta bassa così rischio di svenire da un momento all’altro. Eccola, la paura. Ma il mio demone demotivatore deve aver perso i sensi prima che li perdessi io: e io riesco a farmi forza. A regolare ogni passo senza smettere di correre, cercando il ritmo che mi permette di restare in piedi, costringendo il mio respiro a non andare troppo veloce. Inizia una salita, io penso che sia quella per il rifugio Antola dove finalmente troverò il ristoro, e prendo un gel per affrontarla. All’Antola mancavano ancora 6 km, scoprirò dopo, ma il gel ha il suo effetto e in qualche modo ci arrivo. Stanca, con le mani che tremano un po’, ma ci arrivo. E mi avvento sui sali prima di sedermi su una panchetta di legno: panchetta santissima. Credo di aver bevuto sei bicchieri di sali uno in fila all’altro, mangiato due banane e mezzo kg di frutta secca. Praticamente gli ho lasciato il danno economico. Il volontario mi ha guardato e mi ha detto: se vuoi a pranzo ci sono i ravioli, qui al rifugio… Mi sono quasi vergognata. Ho riso, e deciso che stavo meglio. Riparto: salita secca fino alla cima dell’Antola, e giù di corsa fino a Caprile. Qui riprendo un gruppetto che mi aveva lasciata indietro, e dopo un altro rifornimento pantagruelico di cibo e sali riparto di nuovo, verso 3 km che contengono 500 mt di dislivello. Parto prima degli altri, e parto bene (del resto con quello che ho mangiato dovrei andare come Bolt): quando arrivo al Passo delle tre Croci non ho più nessuno dietro. Aggiro le mucche sul sentiero che hanno un’aria ostile, e mi lancio verso la discesa. Manca ancora una decina di km, ma vanno via uno alla volta, nonostante le risalite, nonostante sembrino non finire mai. In vista di Torriglia, su una discesa scivolosa di sassi, mi accorgo di correre come se non ci fosse un domani. Sto volando verso il traguardo. E manca ancora un km. E mi dico: ma sono davvero io, che dopo 12 ore sulle gambe e 60 km, sto correndo come se non ci fosse un domani???
Sì. Sono davvero io.
Giro l’ultima curva. L’arrivo. Prendo la rincorsa, e lo salto a pie’ pari. C’è Michal ad attendermi: e vuole farmi la foto ma io sono scoppiata a ridere e a piangere insieme, travolta dalla gioia di aver finito, dalla fatica, dall’emozione.
Perché nell’esatto momento in cui ho saltato a piedi uniti il traguardo, mi sono resa conto che l’obiettivo irraggiungibile è diventato un nuovo punto di partenza, e che il percorso di questi due anni, da quella Rigantoca che mi sembra lontanissima, mi ha reso migliore. Non migliore di qualcun altro: migliore di me. E più felice.
Più corro, più mi somiglio.
La doccia è meritatissima, e il pasta party con sacrosanta birretta ancora di più.
Pronta per la prossima sfida. 🙂

This entry was posted on domenica, giugno 8th, 2014 at 17:59 and is filed under Articoli. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can skip to the end and leave a response. Pinging is currently not allowed.

2 commenti a “Rigantoca

  1. Andrea on giugno 12th, 2014 at 14:24

    Brava Francesca, bellissimo racconto che riesce a trasmettere ogni singola emozione… prossimo passo tor de giants!!! Naturalmente complimentissimi per l’impresa!!!!
    Le nostre quote rosa sono le migliori forza Albenga Runners sempre più di rosa vestite!!!!

  2. Fischio on giugno 12th, 2014 at 23:30

    Brava, bel racconto, bella gara, grande grinta!!!

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