Decidere di spostare l’asticella sempre più in alto, raggiungere traguardi apparentemente impossibili con la leggerezza disincatata di chi si approccia a questo sport con passione ed entusiasmo.

Francesca, Michal e Andrea fanno sicuramente parte di questo splendida disciplina da cui si rimane stregati,  i racconti di questi meravigliosi viaggi sanno incantarci e spronano a provarci, in questo momento qualcuno ci starà pensando, magari un giorno, chissà!

Con ammirazione, Fabrizio

Il racconto di Francesca:

…la verità è che non so bene come sia successo: una settimana prima ero lì, sul divano di mia suocera, che sorseggiavo tè verde e le raccontavo della Rigantoca (lei ha fatto parecchie maratone, e ci fa un tifo sfegatato), quando – accennando alla Cro-Magnon – ho sentito una voce che diceva a Michal: – ma scusa, perché invece di fare tu da solo il Trail del Marguareis, non la facciamo tutta a staffetta?
Quella voce era mia.
Non ho fatto in tempo a rettificare che lui, ululando di entusiasmo, aveva già mandato quattro mail all’organizzazione per sapere se potevo inserirmi come staffettista. 24 ore dopo ho inviato il certificato di finisher della Rigantoca e il certificato medico valido per la Francia, e sabato mattina eccomi sul treno per Limone.
La pianificazione è degna del Ragionier Filini: Michal mi ha lasciato la macchina a Limone ed è partito insieme a tutti gli altri, alle 4 del mattino, per la sua frazione di gara: quasi 80 km da Limone a Breil-sur-Roya, con 4800 mt di dislivello positivo. Io devo recuperare la macchina, spostarmi a Breil, attenderlo e, al suo arrivo, partire per fare la mia parte: altri 50 km, con quasi 3000 mt di dislivello. Lui verrà poi ad aspettarmi a sulla spiaggia di Cap d’Ail, al traguardo.
E’ previsto che lui arrivi a Breil nel tardo pomeriggio, infatti conto di avere tutto il tempo di fare le cose con calma e salutare anche il nostro Andrea Fischetti, che affronta il Neandertal Trail – il mio stesso percorso, ma come gara individuale – con partenza alle 18:00.
Ovviamente Michal si è sottovalutato. Alle 12:30 mi chiama dall’ultimo ristoro: “20 km e arrivo!” Io sono a Limone, appena scesa dal treno. Trovo la macchina e mi precipito a Breil, guidando come la bionda di Sin City e strozzandomi con il pranzo mentre aspetto di passare il tunnel di Tenda. A Breil, faccio appena in tempo a trovare parcheggio, cambiarmi e riempire lo zainetto con il necessario. Mi siedo di fianco all’arrivo e dopo neanche dieci minuti, eccolo!! Le 15:05, più o meno: è il primo staffettista!! Semplicemente grandioso. Saltello per fargli festa, e intanto realizzo che tocca a me: non c’è tempo per l’ansia, non c’è tempo per nulla: mi allaccio il pettorale, una foto insieme e via!! Si parte in salita, e supero subito un paio di concorrenti che fanno la Cro-Magnon, l’intero percorso da 130 km. Tutto un altro passo, ovviamente: io sono fresca come una rosa, e mi sento quasi in colpa verso questi eroi che hanno già 80 km nelle gambe. Nel frattempo realizzo che: 1) fa un caldo bestiale. Mi sono messa i pantaloni sotto al ginocchio pensando di correre tra il tardo pomeriggio e la notte, e mi ritrovo nella calura torrida. 2) Sempre in tema di clima, nella fretta ho dimenticato il guscio. Le nuvole all’orizzonte mi riempiono di sgomento, dato che nello zainetto ho giusto il telo di emergenza e una magliettina termica: se viene un temporale sono fottuta. Invoco la protezione di Zeus, e mi dico che se non l’ho preso non mi servirà: ottimismo! 3) Se non arrivo sul podio Michal mi ammazza. E mi ammazzo anch’io: perché si è fatto un culo così per 80 km, per arrivare a Breil e darmi del vantaggio, e io mica posso buttare la sua fatica nel cesso…
Mentre penso quest’ultima cosa, mi passa Carl Lewis in gonnella. Non è che corra: vola. E’ la ragazza che come me aspettava di partire per la staffetta. Avevo 8 minuti di vantaggio su di lei, ma non ne sarebbero bastati 80 a tenerla dietro…non è che ne abbia più di me, è proprio di un’altra categoria. Capisco che il primo posto non posso nemmeno sognarmelo ma, per nulla demoralizzata, mi accingo a difendere il secondo con le unghie. Dopo pochi km, dietro di me, un altro passo da staffettista: e infatti mi supera un ragazzo, che pensa di consolarmi dicendo “tranquilla…io sono appena partito!”. Merda. Anch’io! Ma vado così piano da sembrare una che fa l’individuale? Malissimo! Eppure mi sembra di tenere un buon ritmo… Infatti lui mi passa, ma non scompare all’orizzonte. Penso che sia partito un po’ troppo veloce, e infatti lo riprendo e ci passiamo un paio di volte. Me lo sono lasciato dietro ancora una volta e sto cercando di allungare un po’ il distacco, quando in vista di una cascina spunta un cane delle dimensioni di una Panda che mi blocca la strada. Io non ho paura dei cani. Forte di questa sicurezza, mi faccio avanti. Il cane impenna (lo giuro), latra furiosamente e mi si avventa contro. Io mi paralizzo, esibendomi in una perfetta imitazione di arbusto secco. Mentre mi annusa ringhiando rinculo lentamente, e appena si distrae un attimo mi precipito indietro sul sentiero, decisa ad aspettare l’intervento della Guardia Nazionale prima di riavvicinarmi a Cerbero. Ovviamente, dal sentiero spunta il mio “avversario” (dannazione! Addio distacco) e una ragazza che fa la lunga, entrambi armati di bacchette. – C’è un cane grosso come una casa – , gli segnalo gesticolando , sentendomi cretina. A bacchette alzate minacciosamente, passiamo mentre il cane di Satana decide di starsene buono. Ringrazio i miei salvatori, ma la gratitudine non mi impedisce di pensare al podio: e dopo poco allungo di nuovo il passo. Da qui in poi, non mi supererà più nessuno: fatta eccezione per il vincitore del Neandertal Trail, che mi passerà verso la fine della gara, fresco come una rosa. Corro da sola: sporadici incontri con i corridori della gara lunga, che supero con rispetto…per il resto, io e il sentiero. In verità, anche qualche pezzetto di asfalto: in uno di questi tratti, mi imbatto nelle auto di un Rally che stanno incolonnate a sgasare da ferme in attesa del via libera. Ostento una corsetta sprezzante in salita, maledicendo gli idrocarburi e gli imbecilli, quando vedo che un cornuto ha staccato una balise riflettente dal percorso e se l’è attaccata per bellezza all’antenna della macchina. Medito di fargli un discorsetto poliglotta pieno di insulti, ma poi prevale il lato zen: di certo Zeus, Odino e Dio Padre Onnipotente useranno quella balise per prendere meglio la mira e incenerirlo. [si sa che Il mio agnosticismo viene sostituito, durante i trail, da uno spensierato Politeismo Montano che abbraccia le divinità più svariate]. Non mancano i momenti difficili: il mio solito calo di pressione nei lunghissimi 17 km tra Sospel e il ristoro di Peille, qualche km con il fegato che si fa sentire – ma poi passa, passa tutto, e c’è solo la voglia di correre ancora, il corpo che sente il buio arrivare lentamente, il sudore che inzuppa la maglietta, il profumo delle ginestre, i passi che si allungano da soli e trovano la via tra le rocce…dopo un po’ mi sorprendo a canticchiare “God is a Trailer – This is my church” e, per peggiorare la situazione: “Mon église – c’est la Balise”. L’attacco di idiozia mi da’ il senso del mio benessere: vuol dire che non sto soffrendo, che sono libera di spensierare. Ridacchio, ma resto concentrata: mi sento forte, e voglio meritarmi questa gara fino in fondo. Se il ristoro del Paesino di Peille mi ha commosso per la sua bellezza, e per la fatica con cui ci sono arrivata, quello di La Turbie, a soli 6 km dall’arrivo, mi da’ la scossa: si sta facendo ormai buio, ma ho capito che anch’io mi ero clamorosamente sottovalutata con il pronostico di 10 ore: sono in corsa per arrivare a mezzanotte, e pregusto il bagno in mare. La musica dei locali di Cap d’Ail si avvicina veloce e io corro, corro, corro. “Vola”, mi ha detto Michal a Breil, e mentre scendo rapidissimamente al livello del mare mi sembra di farlo davvero, di planare verso l’arrivo come un uccello…l’ultimo km è un sogno, un camminamento a picco sul mare con il rumore delle onde pochi metri più un basso. Poi spunto in un parcheggio. E vedo la spiaggia, il gonfiabile dell’arrivo. E sento una felicità e una fierezza quasi infantili, mentre taglio il traguardo sorridente come non mai. Michal mi stringe, urla: “Seconda staffetta!!!!!” ma io lo sapevo già, e tutta contenta prendo la mia maglietta di finisher, mi tolgo il toglibile e mantengo la promessa: vado a buttarmi in mare. Un po’ in anticipo per il bagno di mezzanotte…

This entry was posted on mercoledì, giugno 25th, 2014 at 17:10 and is filed under Articoli. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can skip to the end and leave a response. Pinging is currently not allowed.

2 commenti a “Grand Raid International du Cro Magnon

  1. Piero on giugno 27th, 2014 at 13:54

    Uno splendido racconto, e una grande gara!
    Complimenti, piero

  2. mauro on giugno 27th, 2014 at 16:41

    Mi associo ai complimenti del Ns. Doc!!
    E’ stato bello seguirvi in “diretta” voi e Andrea!! Mauro.

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